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Quando Indro Montanelli vide per la prima volta “La dolce vita”….

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Impostazione riadattata di un articolo di Indro Montanelli pubblicato il giorno venerdì 22 gennaio del 1960 sul Corriere della Sera. Fonte: http://www.cinquantamila.it/


Roma, venerdì 22 gennaio 1960: alcune sere prima di quel venerdì Federico Fellini invita Indrodolcevita Montanelli a vedere in privato il suo ultimo film “La dolce vita”, e Indro ci va con qualche apprensione, e non tanto per i pareri molto discordi che sente da coloro che hanno visto alcune scene isolate, quanto perché, parlando ogni tanto con Federico, ha l’impressione che Fellini abbia perso il senso della misura. Federico, uomo di solito pacato e abbastanza staccato dal proprio lavoro, a Indro gli pare che stavolta Fellini non sa uscirne nemmeno quando va a cena con lui. Se Indro gli parla, Federico lo fissa con l’occhio vitreo di chi non ascolta. E gira gira, il discorso torna sempre lì. Questa storia va avanti da un anno, perché è da un anno che Fellini sgobba quattordici o quindici ore dietro a questa pellicola, su cui evidentemente rischiando grosso, ha puntato tutto. Non la finiva mai. Non la rifiniva mai. Chissà quante decine di migliaia di metri ha ammatassato sui rulli, e chissà quante volte ha fatto, disfatto e rifatto interi episodi per aggiungere o eliminare una virgola. Indro, fino all’altra sera, non avrebbe voluto essere il suo produttore, a cui Indro crede che questa dolce vita ne abbia procurata una da cane, ma ora, a cose fatte, non crede che lo rimpiangerà. Non vuole commettere indiscrezioni anticipando, sul piano dell’estetica e della tecnica cinematografica, dei giudizi che spettano al suo collega Lanocita, e non saprebbe nemmeno farlo, del resto, perché non ne ha i rudimenti, ma secondo Indro non c’è dubbio che ci si trova di fronte a qualcosa di eccezionale, non perché rappresenti un meglio o un più di ciò che finora ad allora si era fatto sullo schermo, ma perché va nettamente al di là, violando tutte le regole e le convenzioni, a cominciare da quelle della durata, che supera le tre ore di spettacolo, per finire a quelle della trama, o meglio della non trama, perché non c’è. Indro si chiede sempre, come avrà fatto Fellini a “raccontare” questo suo film al produttore, e no non vorrebbe essere nei panni del critico quando dovrà a sua volta raccontarlo ai lettori. Indro sostiene parlando de “La dolce vita” che questo film non fa parte del mondo della cinematografia, perché quello che rappresenta “La dolce vita”, e secondo Indro, Fellini non tocca vette meno alte di quelle che Goya toccò in pittura, come potenza di requisitoria contro la sua e la nostra società. E nel suo articolo riguardante Fellini e il suo capolavoro cinematografico, pubblicato quel venerdì, parla di Federico, che prima di fare il cineasta, è stato un giornalista, e di un giornalista Fellini si serve per cucire i vari episodi del film, descrivendoli altrettanti Fellini-6fatti di cronaca, che lo condussero all’esplorazione della società romana in tutti i suoi ceti e quartieri, dal palazzo del Principe, ai covi intellettuali di Via Margutta, all’appartamento dei nuovi ricchi dei Parioli, ai caffè di Via Veneto, ai tuguri delle passeggiatrici in periferia, ai terreni vaghi delle bidonvilles che ne formanono la cintura sottoproletaria. Questo è il mestiere di Indro, ed è sull’esattezza del resoconto che lui si sente autorizzato a pronunciarsi. Indro nel suo articolo dice che molti la negheranno, questa esattezza, e spera che lo facciano in buona fede, cioè credendo veramente che il ritratto sia arbitrario, ma Indro in tutta onestà dice che se Mastroianni, il quale interpreta la parte del protagonista, avesse saputo raccontare con la penna, per un giornale per cui Indro è il direttore, le stesse cose che ha raccontato con la macchina da presa di Fellini, e con la stessa evidenza, gli avrebbe triplicato lo stipendio, perché secondo Indro il suo reportage non è una “patacca”, e il poco che si vede è proprio oro, e il molto che vi puzza è proprio fogna, e del resto, se così non fosse sarebbe fallito come falliscono i reportages quando escludono la verità o non riescono a centrarla. Quindi, previene i suoi lettori scrivendo che se loro guardando “La dolce vita” si sentiranno inorriditi e controbatteranno, che tutto quello che è raccontato nel film non è vero, ma in realtà lo è. D’altronde Fellini è ricorso al mezzo più sbrigativo (e più diabolico) per dimostrarlo, perché egli ha fatto incarnare a ciascuno la parte di se stesso, a cominciare da Anita Eckberg, che faceva appunto se stessa, con le follie e le scempiaggini che lei appunto compiva, e perfino con  gli sganassoni che di tanto in tanto riceveva dal suo marito, e fin qui niente di straordinario, visto che Anita interpretava lei stessa ed era pagata appunto per questo. Ma quando poi Fellini ha voluto rappresentare il mondo aristocratico, non è agli attori che è ricorso per impersonare i tipi, ma alle gentildonne e ai gentiluomini con nomi altisonanti e pluriblasonati che lo popolano e che hanno trovato del tutto naturale accettare l’invito mettendo a disposizione le loro ville e loro stessi, e non per una delle solite parodie, che a furie di essere convenzionali e di maniera non mordevano più, del solito marchese col solito monocolo e la solita errehqdefault moscia. Perché Fellini ha affondato il suo bisturi fino all’osso, e del loro mondo e dei loro costumi, reso più vero dalla facce vere, ha dato un ritratto, anzi un autoritratto agghiacciante, che del resto la gentile e volontaria collaborazione dei protagonisti ha mostrato, e come ha detto Indro stesso ai suoi lettori, che anche chi non li conosce dovrà pur rendersi conto che, se essi hanno accettato di dipingersi così, vuol dire che non sono meglio, invitando i suoi lettori a stare attenti che non si tratta di libertinaggio, ma la morale non c’entra, perché c’entra solo il gusto, ma Indro si affretta ad aggiungere che “La dolce vita” non è una polemica a sfondo giustizialista, che appunta i suoi strali sulle cosiddette classi alte, perché in questo caso non convincerebbe, o convincerebbe meno. Gli altri ambienti, che si srotolano giù giù negli appunti di Indro, sono descritti con la identica spietatezza, convalidata dalla stessa tecnica di rappresentare ciascuno nei propri panni. Raramente Indro aveva visto qualcosa di più vero di quel salotto intellettuale, ed esso ha dato perfino a lui, che non frequentava nessuno, un senso profondo di mortificazione, un vago desiderio di cambiare mestiere, e vedendo nel film, i discorsi e le facce che raffigurate, che rappresentavano quel mondo così falso, si chiedeva se eravamo noi quei tipi, e invece, eravamo noi, e quelle cose che dicevamo (e che non pensavamo) quando ci si trovava insieme, erano le nostre bugie, le nostre vanità, le nostre donne che ci ruotavano intorno, o intorno a cui noi ruotavamo, che avevano tutto incerto, anche il sesso. Il ritratto della società a quel tempo non migliorava, quando si passava dal palazzo del Principe al salotto della poetessa e dell’atelier della pittrice. Cambiava lo stile, ma restava nel meschino, nel dialettale, e nel falso, e non migliorava nemmeno quando si arrivava al fondo della scala, a quello che la retorica chiamava il “sano popolo lavoratore nei terreni vaghi delle bidonvilles. In conclusione quella della “Dolce Vita” era il ritratto di quella società romana, nella quale regnavano lo squallore, la noia e la solitudine, e la pietà per i suoi protagonisti.