I Palinsesti Rai: sempre gli stessi format, le stesse facce e le stesse fiction

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Massimo Del Papa per https://www.lettera43.it/it/ (31 agosto 2018)

Il programma tradizionalmente di maggior successo sulla Rai nella pausa estiva è Techetechetè, questa sagra del perduto etere, questa risacca dei bei tempi televisivi che furono dal Dadaumpa a Bandiera Gialla, da Tribuna Politica original alla dissacrazione di Noschese, dal Cantagiro a Quelli della Notte, alle rievocazioni del Sessantotto, delle Canzonissime con Panelli, Mina e Walter Chari, dei Sanremo di Pizzi e Filogami, di meteore o di Vaschi stonati, dei monologhi di Grillo quando era ancora un buffone, cioè una persona seria, non è mancata neppure la retrospettiva su Maurizio Costanzo in occasione dei suoi 80 anni (niente accenni ai trascorsi piduisti). L’altro salvatore degli ascolti feriali èdon Matteo, inflitto con spietata metodicità una replica via l’altra. Don Matteo a mezzogiorno, don Matteo la sera, sempre con la sua bicicletta e quel parlare un po’ strascinato, alla Patty Pravo, che uno diventa ateo per rigetto.

QUELLO DELLA RAI NON È UN PALINSESTO, È UN BOOMERANG

Ma adesso, finalmente, tenetevi forte, riparte la nuova stagione autunnale. Nuova si fa per dire, non è un palinsesto: è un boomerang, un eterno ritorno, la sfilata dei rieccoli, sempre più pimpanti e sempre più ritoccati. Di nuovo i pacchi, i soliti ignoti e le eredità, di nuovo Amadeus, Insinna forse no ma gli trovano un’altra collocazione, di nuovo Carlo Conti coi suoi programmini retrologici, il climax per l’abbronzatissimo sarà quando potrà fare un amarcord di se stesso. Di nuovo anche Baglioni a Sanremo, che non sa presentare ma sa cantare, intoccabile la Carlucci che Balla con le stelle – tutti confermati a furor di gossip – e, grande novità, il rientro di zia Mara, la Venier, in quel contenitore eterno che è Domenica in (missione possibile: dare del filo da torcere alla concorrente su Canale 5 Barbara d’Urso, lanciata da Pippo Baudo appena 20enne proprio nella primissima Domenica in del 1976). Non sono più presentatori, sono cloni di loro stessi. Ma attenzione, si parla anche della riscoperta della Carrà, eventualmente con un programma di nostalgie fresche di giornata. Torna Proietti (Una pallottola nel cuore 3) e non può mancare Fabio Fazio con la sua ridotta di Capalbio Che tempo che fa.

L’avvoltolarsi nei dagherrotipi tivù è la celebrazione della sconfitta, la presa d’atto che la produzione di surgelati attuali vale poco se comparata con quella degli anni ruggenti

Possibile che nel sempre più sedicente servizio pubblico non si sappia più escogitare lo straccio di un’idea, possibile che la massima azienda di intrattenimento del Paese con i suoi 15 mila tra impiegati, funzionari, testine pensanti, non abbia altri orizzonti che il passato, spesso mutuato da formatstranieri o scopiazzati dai network privati? La sempiterna fortuna di Techetecheté sta a dimostrare una cosa che tutti sanno e tutti ripetono: che latelevisione di un tempo era diversa, i suoi spettacoli, i suoi divi restavano, permeavano l’immaginario comune, lanciavano mode e modi di dire, determinavano perfino i cambiamenti sociali. Tutto giusto, tutto vero ma questo avvoltolarsi nei dagherrotipi televisivi, trasmettersi addosso non è la definitiva celebrazione della sconfitta, la presa d’atto irrevocabile che la produzione di surgelati attuali vale poco e niente, specialmente comparata con quella degli anni ruggenti?

DON MATTEO E MONTALBANO: STEREOTIPI RASSICURANTI

Abbiamo citato don Matteo, che è un mediocre sceneggiato infarcito dei luoghi comuni della provincia italiana eterna: il prete comprensivo e sagace, la caserma dei carabinieri dove tutti hanno cuore tenero, la modernità dei costumi che si infrange contro l’argine familiare, rassicurante, eterno come un utero. Don Matteo non è il padre Brown di Chesterton, non ha e non cerca la sua bonaria complessità narrativa, è un prete del laboratorio sottoautoriale italiano che avrebbe potuto essere concepito negli Anni 60, nei 50 delle Madonne piangenti e della industrializzazione di massa che lambiva la provincia senza stravolgerla, lasciando intatti i suoi riti, le sue credenze di religiosità magica e pagana. C’è un altro personaggio, ugualmente arcitaliano, provinciale, immutabile, che ha avuto grande successo negli ultimi 20 anni, è il commissario Montalbano uscito dai romanzi di Camilleri che deve quasi tutto a Simenon e proprio per questo vi si trova qualche traccia letteraria, un livello più alto. Ma anche il commissario diZingaretti, in definitiva, come il prete di Terence Hill, ricomprende i tanti stereotipi della tradizione italiana ed è prodotto innocuo, rassicurante, fatto perché gli italiani, non sovranisti, non globalisti, ma sempre e comunque provinciali, vi si possano riconoscere. Non a caso, anche «Montalbano sono» è logorato dalle repliche delle repliche delle repliche, come in quel gioco di specchi che moltiplicano l’immagine fino all’impazzimento. Voilà, i palinsesti Rai sono tutti così; e nel gioco di specchi restano sempre più prigionieri anno dopo anno, a ogni ripresa dopo il viale delle rimembranze di Techetechetè. Il settembre della televisione di Stato è come quando si ritorna a scuola dopo l’estate, e si ripete pari pari il programma dell’anno passato. Sempre, ogni anno.

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