Vita, risate e ricordi di Teo Teocoli

Collage fotografico tratto da "Dagospia"
Collage fotografico tratto da “Dagospia”

Intervista di Paolo Baldini a Teo Teocoli per https://www.corriere.it/ (30 giugno 2018)

Faceva caldo: era un’ estate molto calda. E il Dogui, a un certo punto, disse: «Animale, se vuoi cuccare devi stare in pole position». Il Dogui è Guido Nicheli, quello di: «Ivana, fai ballare l’ occhio: da via della Spiga all’ Hotel Cristallo di Cortina 2 ore 54 minuti e 27 secondi. Alboreto is nothing». Però faceva caldo. «E noi, più che a cuccare, pensavamo al pallone». Idroscalo beach. «Palleggiavamo annoiati. Dogui si distrasse e la palla finì lontano. Cesarone Maldini andò a riprenderla. Mentre zompettava sudato mi uscì fuori un: paassaa la paallaa. Lui si girò: chi ha parlato?  Tac, capii che quell’ imitazione nata per gioco avrebbe fatto centro. La mia carriera è stata tutta così: avanti a colpi di tacco. Colpi di genio. Mi ha fregato questa sberla di talentaccio sul quale mi sono sempre sdraiato, fedele all’ ebbrezza di andare in scena senza copione, di cambiare tutto all’ ultimo istante e ricominciare daccapo». Genialità, improvvisazione. Piede sull’ acceleratore, impennate, uscite di strada. Le mille stagioni di Teo Teocoli. L’ ultima è la più sorprendente. «Faccio il guardiano del verde. Il consulente esterno, non qualificato, di Stefano Boeri. Il suo Bosco Verticale è il mio punto di riferimento. Vado con la Vespa, sotto il casco che mi ha regalato Max Biaggi, a controllare alberi, aiuole e giardini. Vigilo sul respiro della città. E intanto osservo le sue trasformazioni, il suo procedere in verticale, dritta verso il cielo, verso il futuro. Mi sono fatto un sacco di amici: ciao Teo, che dici di questo, che dici di quello? E io, seriamente: eh, qui se non piove tra tre giorni… Lo devo alla mia Milano, mi ha regalato una vita straordinaria. A 73 anni sono sempre più legato alle radici, solo qui mi sento veramente in pace. Con il tempo sono diventato un uomo semplice, curo l’ essenziale. Il passo successivo, quando non riuscirò neanche a muovere la moto, è mettere le mani dietro la schiena e fare l’ umarell appresso ai cantieri». Ride come riderebbero Galliani, Ibra, Ray Charles, Peo Pericoli, Macho Camicio. O Felice Caccamo, il giornalista «sgomento per l’ addio di Sarri al Napoli». Sbagliato, Teo. Il passo successivo non sono i cantieri: è la radio, una striscia quotidiana per R101. E uno spettacolo già pronto su Milano e per Milano: l’ idea viene da Saltimbanchi si muore, show del 1968 con Cochi, Renato e Lino Toffolo che più tardi diventò La Tappezzeria. Il mondo di Enzo Jannacci. «Partiamo da lì per raccontare una città che non c’ è più. Penso ai Navigli con i locali dai nomi tenebrosi: El Brumista, La Topaia, La Fogna. C’ era tanta gente che viveva di notte, in strada, e frequentava il Capolinea con il suo jazz e i suoi talenti. Enzo è sempre stato il più ricettivo di noi: una spugna. Era una Milano solidale, conservatrice, magnifica».

Le mille stagioni di Teo. Il bambino con il ciuffo scuro che a Reggio Calabria amava fare il bagno nello Stretto, con «una nonna indimenticabile».  «Mamma era una brava donna, famiglia di ambulanti. Papà non si capiva che mestiere facesse. Sempre cupo, triste. Alzava le mani. Non ci siamo mai presi. Come si fa ad andare d’ accordo con un tipo così?». Il bimbo cresceva, ed era un discolo. «Mangiavo da U’ Caddaru come tutti i bambini del quartiere. E mi piaceva stare nell’ acqua. Ma nello Stretto il mare è pericoloso, diventa profondo all’ improvviso, neanche te ne accorgi. Una volta mi persi, avevo tre anni e mezzo, per tornare a casa attraversai tutta Reggio da solo: passai davanti agli aranceti, alle case dei ferrovieri, fino alle Sbarre, al Rione Marconi, i luoghi delle sommosse. Davanti a un muretto due donne vestite di nero mi chiesero preoccupate: picciriddu, dove vai? Mia madre arrivò con la furia di Anna Magnani in Roma città aperta, seguita da quindicimila persone urlanti. O almeno così mi sembrava. Quando mi vide tutto intero, svenne».

Teo il ragazzo pieno di charme della Milano anni Sessanta. «Dopo la guerra abitavamo in uno scantinato, zona Niguarda, periferia estrema. Mamma s’ arrangiava: ago e filo, faceva la sarta. A scuola me la cavavo perché ero simpatico. Studio zero, facevo ridere i professori. I compagni mi dicevano: taci, terun. Mi difendevo con le battute». Teo cantante da Cantagiro, mentre galoppava la Beatles-mania. «Il mio primo gruppo fu I Demoniaci. Poi ci furono I Quelli. Che in seguito divennero la Pfm. Mi allontanai da loro e sbagliai. Entrai nel Clan di Celentano. Per me fu creato il gruppo Teo e le Vittime: incisi un 45 giri e fuggii. Volevo di più. Ero sveglio, non mi facevo fregare. Jannacci scrisse Il dritto pensando a me».

Teo e i tempi d’ oro del Derby. «Una scuola fantastica». Teo il playboy degli eccessi: sesso, droga, notti calde. L’ innamorato della Costa Azzurra che giocava a dadi con Brigitte Bardot e frequentava la corte di Salvador Dalì a Cadaques. «Mi aggregavo ai playboy veri: Piroddi, Rizzi, Parisi. Loro andavano in giro con le bandane, bevendo cocktail. Io ne approfittavo con le ragazze. C’ era l’ amore libero: ci si prendeva e ci si lasciava. Sofferenze poche. Per orgoglio facevo la vittima, ma alla fine era sempre colpa mia». E con Dalì, come andò? «Il Maestro girava con un Ocelot sulla spalla che ti ringhiava addosso come in un film horror. All’ entrata c’ era un grande orso bianco. I corridoi erano pieni di bamboline e feticci. Poi, all’ improvviso, come nel Mago di Oz, si aprivano due grandi porte e appariva un patio bellissimo con un paio di copertoni Pirelli, ricordo di una pubblicità. Un doppia proboscide generava fontane i cui getti si univano in un laghetto di pesci rossi. C’ erano toreri, cantanti, modelle. Lui, il padrone di casa, stava sul trono, come impagliato. Sono stato tra i pochi a entrare nel suo studio dominato dalla foto di una donna seminuda. Ho visto la creazione dei celebri elefanti, quelli con le gambine fini. Ho visto la sua camera da letto. Gala, la moglie, mi diceva: se facciamo sesso qui, ci sente tutto il paese».

Teo il sultano di un harem domestico di quattro-donne-quattro: la moglie Elena e tre figlie adorate, Anna, 29 anni, Paola, 27, e Chiara, 26: «Il mio rifugio definitivo». Teo e il cinema. «È stato un rapporto strano. Ho fatto due film con Steno, negli anni Settanta, e potevo sfondare: Il padrone e l’ operaio e L’ Italia s’ è rotta con Dalila Di Lazzaro. Poi Sturmtruppen, dalle strisce di Bonvi. Mi arrivò una proposta di Carlo Ponti. Mi ricevette a Roma, nel suo studio in piazza Venezia. Uè, mi disse, ma che nome è Teo? Ti faccio un contratto per quattro film. Sognavo Sophia Loren e Silvana Mangano. Nei corridoi passava Amedeo Nazzari. Pochi giorni dopo Ponti lasciò l’ Italia e non lo vidi mai più».

Teo il protagonista della tv del Duemila, da Mai dire gol a Quelli che il calcio fino alla DS e Che tempo che fa. «Eppure in Rai non ho più messo piede. Non c’ è spazio per un one-man-show come me. Troppi comici da tre minuti. Talent e reality mi piacciono zero. Mi accusano di essere un brontolone, lo so. In realtà non accetto quello che non sento tagliato sulla mia pelle. Non faccio il simpatico per trovare un ingaggio. Meglio tenere d’ occhio il verde di Milano. E se nel pomeriggio piove…».

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