Sui nostri profili social si aggira uno spettro, ossia la paura che nessuno si accorga che esistiamo!

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Pierluigi Diaco per https://www.corriere.it/ (2 giugno 2018)

Una nuova paura sta intossicando il nostro mondo interiore, le nostre convinzioni più profonde, la nostra cultura, tutti quei «beni» che hanno animato la nostra universale scala di valori. Quella scala, mai stupidamente ortodossa, che ci permette ancora di farci delle domande e di metterci in discussione. Questa paura ha un nome e suona come un nuovo allarme sociale: «la paura di non esserci». Parlo di quel timore diffuso che «nessuno si accorga che esistiamo», l’ impulso che ci porta a dover pubblicare sui social contenuti personali con la speranza che qualcuno apprezzi le nostre abitudini, a commentare senza alcuna conoscenza questioni e temi dalla complessità palese, a comunicare a tutti i costi cosa ci passa per la testa. C’ è perfino chi non conosce la parola «pudore» o, se la conosce, preferisce evitarla come la peste. La fashion blogger Chiara Ferragni piange su Instagram giustificando così il suo sfogo: «Sono qua – spiega – c’ è Leo, Fede sta facendo stories. Siamo tutti in un momento sensibile». C’è chi prova addirittura a «spacciare» in Rete (ma limitarsi a scrivere un messaggio privato, no?) il suo dolore «sfruttando» cinicamente quello altrui (così, tanto per finire sui giornali in mancanza di validi motivi): una nota signora dello spettacolo italiano, con un post, ci tiene a far sapere del suo irrinunciabile sostegno alla collega che, con coraggio, sta affrontando il tumore del suo piccolo angelo. Insomma, nella spericolata #dittaturadeisocialnetwork tutto, sentimenti ed emozioni comprese, viene esibito, svenduto e prostituito senza alcun senso della misura. La politica come la vita, la solitudine come la gioia, ogni cosa è costretta a passare sotto il filtro egomaniaco della social-dipendenza. Spaventa verificare come questa «dittatura» travestita da «democrazia digitale» abbia trasformato in teneri schiavi anche persone e personalità navigate, gente che ha studiato, viaggiato e ampiamente sperimentato l’ alto e il basso dell’ esistenza, perfino figure autorevoli che si stanno orgogliosamente trasformando in figurine patetiche alla disperata ricerca di consenso virtuale. È giusto o no continuare a tacere sulle pericolose conseguenze che questa assuefazione moderna sta imponendo ai nostri amici, ai nostri colleghi, alle nostre famiglie, a tutti noi? Basterebbe, forse, tornare a volgere la fotocamera della nostra vita verso ciò che c’ è fuori: manifestare il desiderio di ascoltare e non soltanto di essere ascoltati. Di ammirare e non solamente di essere ammirati.

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