Le nuove generazioni dei camorristi

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Chiara Caprio per https://news.vice.com/it (10 agosto 2016)

A ridosso di Vico della Nocelle, Napoli, si è appena tenuto un summit di boss per decidere alcuni equilibri della zona. Ciro Marfè, 25 anni, e Salvatore Esposito, 32, lasciano la riunione, accompagnati da Pasquale Amodio. È il pomeriggio del 3 agosto 2016 e i due sono in sella a un motorino, mentre Amodio li segue in moto. Si muovono attraverso i vicoli di cui Esposito è diventato boss incontrastato dopo aver cacciato la famiglia Lepre, rivale nel traffico di hashish. All’incrocio con la rampa delle Nocelle ci sono dei sicari ad attenderli. Si sono appostati dove era necessario rallentare per via di alcune scale, mentre alcuni complici chiudevano le altre uscite e impedivano il passaggio alle macchine. Marfè ed Esposito non hanno scampo, e si ritrovano sotto una raffica di proiettili, mentre Amodio invece si salva – un suo amico blocca infatti un’ambulanza in codice rosso e minaccia gli operatori con una pistola, che alla fine sono costretti a trasportare il ferito fino all’ospedale Pellegrini. Si tratta dell’ennesimo omicidio della faida tra i boss della paranza dei giovani camorristi – quasi tutti arrestati o ammazzati – e le altre famiglie del centro, che tra i Decumani, Forcella, la Sanità e il Cavone vogliono prendere il controllo di alcune delle piazze di spaccio più redditizie della città. Sulla scia di questo omicidio, l’8 agosto il centro di Napoli è stato nuovamente scosso dal rumore dei colpi di pistola. Alle 23 circa, nei Decumani, il via vai dei turisti è stato interrotto da raffiche di proiettili sparati in aria – probabilmente da amici delle vittime, che vogliono far sapere ai clan rivali che sanno chi è stato. Sono dimostrazioni plateali, che servono a mostrare a tutti cosa sta succedendo nel centro della città. Ciro Marfè era uno dei camorristi in ascesa, amico di molti esponenti del clan Sequino e ben conosciuto alla Sanità. Era anche uno camorristi che usano Facebook per comunicare con disinvoltura, in una ricerca di affermazione e supremazia che si riflette in strada e in rete. “Il loro modo di approcciarsi al pubblico è sempre lo stesso: prima avevano la giacca fatta in un certo modo per essere identificati e ora invece lanciano segnali su Facebook,” spiega a VICE News lo storico Marcello Ravveduto, professore all’università di Salerno. “Sono elementi che servono ad essere conosciuti nella loro rete di contatti o tra quelle fasce di popolazione che possono rimanere affascinate da questi segni distintivi,” continua. “Non hanno una vera strategia comunicativa come i narcos, sono molto efficaci ad intuito, con i mi “piace” e i commenti i post rimangono sempre in alto e arrivano a chi devono arrivare.” Partendo proprio dal profilo di Ciro Marfè si possono ricostruire tanti elementi del linguaggio e delle necessità comunicative delle nuove generazioni dei camorristi. Se si apre il profilo di Marfé, appare subito la scritta: “Nato Per Combattere” e due mani che si stringono nel “saluto del legionario.”  Tra le foto, poi, si possono anche vedere i tatuaggi di Marfè: la parola “LOVE” composta da una granata, un mitra, una pistola e un rasoio. Sempre dalla sua pagina, inoltre, risulta abbastanza chiaro quali fossero i “miti” a cui si ispirava – come ad esempio i terroristi islamici messi in una delle sue copertine di Facebook. E non solo: Marfè postava meme di Benito Mussolini e con questi augurava la buonasera. L’unione tra estremismo islamico ed estrema destra è ricorrente e ha un significato ben preciso, come spiega Ravveduto: “È abbastanza naturale che abbiano introiettato un modo totalitario e fondamentalista di agire, ed è per questo che si identificano nell’ISIS. E se dovessimo trovare un riferimento europeo, paragonabile alla violenza cieca e nichilista dell’ISIS, allora Hitler e Mussolini sono perfetti. Fa parte della narrazione pubblica dei camorristi: i due dittatori sono due boss politici, che hanno distrutto lo Stato e creato un altro stato, esattamente come ‘o sistema è una cosa diversa dallo Stato.” “Loro di fondo sono e rimangono dei totalitari e fondamentalisti e il messaggio che vogliono mandare è che si vive secondo le regole della Camorra, regole assolute e quindi una vera e propria dittatura. È un meccanismo psicologico,” prosegue il professore. Uno dei personaggi più interessanti tra i contatti online di Ciro è Silvestro “Silvio” Pellecchia, citato in alcune intercettazioni come uno degli uomini che cacciò i “Barbudos” dalla Sanità, in quanto esponente del clan Sequino. Silvestro è un esempio di due messaggi importanti che anche online vengono distribuiti agli “amici”, in particolare attraverso l’ammirazione per Mussolini e Hitler, con montaggi folcloristici che uniscono tutti, ISIS-Rione-Estrema Destra. “Questa necessità ha delle radici complesse e un messaggio preciso,” commenta Ravveduto. “Rientra in una deriva contemporanea di una finta narrazione sul Sud, con una retorica che parla del Mezzogiorno colonizzato e sfruttato dal Nord, un modo per accusare lo Stato unitario delle proprie disgrazie. Ovviamente questo parte da un disagio sociale fortissimo che trova sua espressione in una localizzazione sempre più estrema di identificazione totale con il rione, il quartiere di provenienza. L’identità sociale diventa etnica, nasce così un orgoglio locale che è un modo per fare della propria debolezza una forza.” I messaggi sui profili di Pellecchia, Marfè e altri sono sempre di questo tono, e hanno l’obiettivo di dimostrare quale sia il loro stile di vita e di converso i principi a cui si ispirano. Un altro utilizzo diffuso è quello di persone-simbolo del rione Sanità, come Gennaro Cesarano, ammazzato per errore in una stesa che aveva come obiettivo altre persone. Tra questi spicca il profilo di Pasquale Pica, arrestato poco dopo l’omicidio di Gennaro – ufficialmente per un furto di rolex, ma la storia è più complessa. Pica, molto amico di Marfé, era stato fermato come lui in occasione dell’accoltellamento allo stadio San Paolo, considerato l’evento scatenante di quella stesa. Anche nel suo caso, l’immagine di Genny rappresenta un legame con il territorio e si intreccia con colpe e responsabilità. “È un utilizzo distorto di una localizzazione di cui però hanno estremo bisogno e che vogliono dimostrare a tutti, perché la loro identità si basa su questo contesto,” afferma Ravveduto. Un altro dei contatti interessanti di Ciro Marfè è Salvatore Sequino Pellecchia, amico di Ciro e sempre presente nelle foto insieme a lui. La famiglia Sequino è una delle principali famiglie camorristiche della Sanità, a cui evidentemente Ciro Marfè era in qualche modo legato. Anche lui posta immagini dell’ISIS: E riferimenti all’immaginario narcos. Secondo Ravveduto, l’intento di questi post e di queste immagini è palese: quello di “mostrarsi forti e spaventosi, perché [i camorristi] vivono costantemente nella paura di essere traditi. La visibilità, l’esibizione, sono un modo per difendersi, per proteggersi, per rafforzare la propria ideologia, per diminuire il numero dei traditori (che tradiscono sempre per soldi) e quindi loro caricano e puntano, sui valori. Sono elementi immaginifici per evocare il terrore.” E in effetti, la paura ed il terrore sono molto presenti su questi profili. A fare da contraltare ci sono però i messaggi di solidarietà quando qualcuno finisce in carcere o viene ucciso. Tra i commenti al profilo di Marfè, in diversi dicono che il corpo di Ciro rimane vivo tra di loro, e che non sarà la morte a separarli. Dopotutto, se ci si attiene ad un certo universo valoriale, Marfè è pur sempre morto per una causa. “Dal loro punto di vista, ha più importanza aver vissuto anche solo 25 anni, come Marfè, ma aver vissuto bene, andando nei locali, comprando oggetti, avendo fatto i soldi: secondo loro, hanno vissuto pienamente,” conclude Ravveduto. “La morte non è più l’evento finale, ma è una costante. Sanno di aver scelto una vita dove la morte o carcere sono il presente.”

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