L’arte di bere e di ubriacarsi

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Collage fotografico tratto da “Dagospia”

Stefano Casini per http://www.liberoquotidiano.it/ (30 giugno 2018)

L’ubriachezza è sempre esistita, ed esisterà sempre. È qualcosa di pressoché universale. Tanto per cominciare con una certezza. Nella notte dei tempi i nostri antenati hanno smesso di essere nomadi e iniziato una vita stanziale per coltivare e cibarsi di frutta, verdura, cereali? Niente di più annebbiato e traballante. L’Uomo preistorico ha messo radici per fare crescere orzo, e poi uva, e farli fermentare. In pratica, per produrre e bere alcolici. Intorno al 9.000 A.C. abbiamo inventato l’agricoltura per ubriacarci. E, molto prima ancora, 10 milioni di anni fa, i lontani antenati, ancora sobri, dei nostri antenati, che lo erano già meno, hanno iniziato a scendere dagli alberi, su cui si rifugiavano dalle bestie feroci, anche per raccogliere a terra la frutta stramatura caduta dalle piante: frutti fermentati con più zuccheri e più alcol. In sostanza, già andavano in cerca di cocktail primordiali. Bastava poi mischiare un terzo di miele con due terzi d’ acqua, e lasciarli fermentare per qualche giorno con lieviti, per ottenere l’ idromele, dolce e alcolico. Nell’ antichità chiamato «la bevanda degli dèi», una sorta di liquore “ante barman”. Ninkasi, del resto, era la dea sumera della birra. Dioniso il dio greco del vino e dell’ estasi, e Bacco quello dei romani.

 ALZARE IL GOMITO

Sono alcune delle storie, e delle storiche sbronze, che l’ inglese Mark Forsyth rianima, con lucida sobrietà, nel suo Breve storia dell’ ubriachezza, pubblicato in Italia da Il Saggiatore, un libro che vuole «scattare una foto segnaletica dell’ ebbrezza». Dai primi aperitivi nelle caverne sono passati migliaia di anni, oggi viaggiamo nello spazio con ingegneri e scienziati, ma la Nasa di recente ha pubblicato un rapporto interno in cui si ammette che, durante almeno due lanci spaziali, tutti gli astronauti erano evidentemente e completamente sbronzi, con tanto di allegri singhiozzi in orbita. Tanto la navetta spaziale è pilotata dai computer. Perché, dalle grotte dell’ età della pietra alle stazioni orbitanti, alziamo il gomito? Per una lunga lista di motivi diversi, rileva Forsyth. Che non si limitano al gusto di farlo, al divertimento e all’ evasione, o a perdere i freni inibitori. E i sensi. In ogni tempo e in ogni luogo l’ ebbrezza è qualcosa di differente. È una celebrazione, un rituale, una scusa per scatenare violenza e picchiare la gente, un modo per prendere decisioni o siglare contratti, e migliaia di altre pratiche, più o meno valide. Quando gli antichi persiani dovevano esprimersi su un’ importante questione politica, dibattevano l’ argomento per due volte: da sobri e da ubriachi. Se arrivavano alla stessa conclusione in entrambi i casi, allora era quella giusta e passavano all’ azione. Bere a volontà per i greci era una prova di autocontrollo, per gli uomini del Nord Europa era l’ origine della poesia. Un abitante dell’ antico Egitto poteva bere sostanze alcoliche per arrivare a una visione di Hathor, la dea dalla testa di leone. Uno sciamano del Neolitico lo faceva per comunicare con i suoi antenati. Un etiope della tribù dei Suri, invece, per cominciare a lavorare. Perché è quello che fanno i Suri quando bevono, come vuole il detto: «dove non c’ è birra, non c’ è lavoro». In linguaggio tecnico, da veri esperti del bicchiere pieno, in questo caso si tratta di una «bevuta transizionale», ovvero si beve per sancire il passaggio da un momento all’ altro della giornata. In Inghilterra bevono perché hanno finito di lavorare, i Suri bevono perché hanno iniziato.

SANA FOLLIA

«C’ è l’ uomo forte che riesce a bere e bere senza mai sbronzarsi, vedi ad esempio Socrate, Confucio e in parte anche Stalin», fa notare Forsyth, «e c’ è il personaggio forte che è perennemente ubriaco, come Pietro il Grande, Odino, Babur, e con loro Alessandro Magno, che conquistò il mondo allora conosciuto immerso in una sorta di foschia». Per la maggior parte della storia umana, poi, i leader politici sono stati seppelliti con tutto l’ occorrente per una bella sbronza post mortem. Dai tempi lontani di re Mida fino all’ Egitto protodinastico, passando per gli sciamani dell’ antica Cina e i vichinghi. In Kenya nella tribù dei Tiriki, pensando di fare cosa gradita, versano birra sulle tombe dei loro progenitori. In questo trionfo per la passione di Bacco e affini, torna in mente un grande giornalista, e grande estimatore di buon vino e ottimo whisky, come Gianni Brera, che diceva che si può distinguere «il cultore del buon bere» dal «beone» per il fatto che il primo ha la mano che alza il bicchiere e lo sguardo fermi, mentre il secondo li ha entrambi tremolanti. In un altro volume da poco uscito nelle librerie sul buon bere i grandi vini di casa nostra, L’ anima del vino toscano, di Massimo Rustichini (edizioni Imprimatur), l’ autore ci ricorda invece che «ci sono differenti modi per apprezzare un vino, ma è quasi impossibile scoprire la sua vera anima se non si gusta con particolare attenzione, rispetto e una sana follia». Salute.

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