Il wi-fi può essere pericoloso per la nostra salute fisica?

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Nel 2011 un gruppo di 34 esperti dell’Agenzia Internazionale per la ricerca sul cancro, dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, stabilì che le radiofrequenze dei telefoni cellulari e di altri apparati di comunicazioni wireless <<potrebbero causare il cancro negli esseri umani>>. All’indomani dell’allarme lanciato dall’Oms l’Associazione genitori della Toscana rivolse un appello alle scuole chiedendo a loro di dire “no” all’iniziativa “Scuole in Wifi” che fu promossa in quell’anno dal ministero dell’Istruzione e per la Funzione pubblica e l’Innovazione. L’anno scorso anche l’esperto di nuove tecnologie Francesco Monico, ha lanciato l’allarme riguardante le onde wi-fi dicendo che <<potrebbero in linea teorica provocare danni equiparabili a quelli dell’amianto>>, e lo stesso ragionamento lo ha fatto anche Livio Tola sindaco 57enne di Borgofranco d’Ivrea, nel canavese, sostenendo  che <<le onde elettromagnetiche sono pericolose, torniamo ai pc con i fili. Ognuno a casa sua faccia come vuole, ma non voglio che ci siano milioni di morti come per l’eternit>> ma l’opinione dei medici su presunti rischi da onde elettromagnetiche ha stabilito che esse non sono affatto dannose per la salute fisica. La nuova frontiera delle reti di trasmissione senza fili, in realtà, continua ad essere la tecnologia Li-fi, ovvero la luce. Grazie all’installazione delle lampadine-router, tramite lo sfruttamento del fascio di luce artificiale, potremmo così riuscire a cablare un edificio intero senza usare neanche un filo.


Dalla Redazione Online Salute di http://www.corriere.it/salute/sportello_cancro/ (31 maggio 2011)

MILANO- La radiofrequenze dei telefoni cellulari e di altri apparati di comunicazioni wireless cellulari_b1--180x140«potrebbero causare il cancro negli essere umani». Lo ha deciso un gruppo di 34 esperti dell’Agenzia Internazionale per la ricerca sul cancrodell’Organizzazione Mondiale della Sanità che al termine di una review degli studi sul tema ha definito i campi elettromagnetici come «possibilmente carcinogeni».

TEST SUGLI ANIMALI -La valutazione del panel di esperti, che sarà contenuta in una monografia di prossima pubblicazione, si basa sia sui test sugli animali effettuati finora che sui dati degli studi epidemiologici sull’uomo: «In entrambi i casi le evidenze sono state giudicate limitate per quanto riguarda il glioma e il neurinoma acustico (tumore del nervo uditivo ndr) – ha spiegato Jonathan Samet, che ha coordinato il gruppo di lavoro – mentre per altri tipi di tumore non ci sono dati sufficienti».

ALTRI STUDI – Gli esperti hanno sottolineato che serviranno ulteriori ricerche prima di avere conclusioni definitive: «La nostra classificazione implica che ci potrebbe essere qualche rischio – ha aggiunto l’esperto – e che tuttavia dobbiamo continuare a monitorare con attenzione il legame tra i cellulari e il rischio potenziale. Nel frattempo è importante prendere misure pragmatiche per ridurre l’esposizione, come l’uso di auricolari o il preferire i messaggi di testo alle telefonate ove possibile». Anche dall’Istituto Superiore di Sanità si sottolinea la necessità di studi ulteriori: «Quello più importante si chiama Cosmos, e coinvolge 250mila persone in tutta Europa – conferma Susanna Lagorio epidemiologa dell’Istituto scientifico del Ministero della Salute – e dovrebbe riuscire a superare tutte le limitazioni dei precedenti. Nel frattempo le raccomandazioni di limitare l’uso del telefonino sono più che altro a scopo precauzionale, perchè solo l’Oms può dare indicazioni di salute pubblica, e lo farà probabilmente tra due anni in un volume apposito sulle radiofrequenze».

IL SIGNIFICATO – Sul rapporto tra cellulari e tumori la scienza in questi anni si è divisa: alcuni studi hanno ritenuti i telefonini potenzialmente cancerogeni, altri li hanno assolti e altri ancora, come la ricerca Interphone, finanziata dall’Organizzazione mondiale della sanità e i cui risultati erano stati chiamata-cellulare-300x229diffusi lo scorso dicembre, non erano arrivati ad alcuna certezza che l’utilizzo dei cellulari, anche prolungato, potesse aumentare il rischio di tumori al cervello. Oggi l’Oms, grazie al suo gruppo di 34 esperti che ha definito i campi elettromagnetici come «possibly carcinogenic», cerca di aggiungere un tassello alle attuali conoscenze. Rimangono perplessità che lo studio Interphone , il più grande mai effettuato sulla pericolosità dei telefoni cellulari, non era riuscito a dissipare nonostante 10 anni di lavoro, più di 19 milioni di euro e 10mila interviste condotte in 13 Paesi. Le cifre uscite dalla ricerca parlavano di un’assenza di rischio per gli utilizzatori, fatta eccezione per i più assidui, anche se erano gli stessi autori a mettere le mani avanti. «I risultati non ci permettono di dire che c’è qualche rischio associato all’uso dei telefonini – afferma va Christopher Wild, direttore dell’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (Iarc) dell’Oms, che ha finanziato lo studio – ma è anche prematuro affermare che il rischio non c’è». I risultati dello studio avevano mostrato una minore probabilità di sviluppare i tumori in chi utilizzava poco il telefonino rispetto anche ai soggetti sani, mentre per gli utilizzatori più assidui, che comunque non superavano la mezz’ora al giorno, è risultato un maggior rischio per il glioma pari quasi a un terzo. In questi ultimi mesi non sono mancati altri studi sull’argomento, spesso con risultati contraddittori. Secondo una ricerca pubblicata lo scorso febbraio le telefonate lunghe modificano l’attività del cervello nelle zone limitrofe alla posizione dell’antenna, ma non è chiaro se questo cambiamento di attività abbia dei significati dal punto di vista della salute, e anzi per un’altra ricerca l’uso del telefonino aumenterebbe la memoria. Un’altro studio aveva messo in luce invece alcuni effetti negativi sulla fertilità. Tuttavia, nonostante le poche certezze, lo scorso 27 maggio il Consiglio d’Europa di dire no ai telefonini nelle scuole e far utilizzare nelle classi i collegamenti fissi per internet invece del wi-fi per ridurre i pericoli derivanti dell’esposizione ai campi elettromagnetici, sulla base del principio di precauzione.

ASSOTEL: «COME IL CAFFÈ» – «La IARC (l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro) ha Avviso-di-chiamata-cellulare-744x445classificato – si legge in una nota di Assotelecomunicazioni (Asstel) l’associazione aderente a Confindustria che rappresenta le imprese di telecomunicazioni – l’esposizione ai campi elettromagnetici a radio frequenza nella classe 2B in riferimento all’uso del telefono cellulare. Secondo la IARC questo significa che “ci potrebbe essere qualche rischio” e che occorre continuare a monitorare gli sviluppi scientifici. La classe 2B la terza classe di classificazione su cinque e contiene altre sostanze di uso comune come ad esempio il caffè e i sottoaceti». La IARC, ricorda anche Assotelecomunicazioni, «ha valutato anche tutti gli studi sull’esposizione ambientale e occupazionale ai campi elettromagnetici, come quella delle antenne per telecomunicazioni, e li ha considerati, invece, inadeguati a evidenziare un aumento dei rischi per la salute. La decisione della IARC verrà ora esaminata dagli altri enti scientifici e sanitari, tra cui l’Organizzazione Mondiale della Sanità, per la valutazione complessiva dei rischi per la salute associati all’uso del telefono cellulare».

CODACONS: «PRONTI A CLASS ACTION» – «Già da tempo il nostro ufficio legale, sulla base delle conoscenze finora acquisite ha avviato un studio sulla fattibilità di un class action in favore di tutti coloro che utilizzano telefonini cellulari in relazione ai danni alla salute da questi prodotti. Dopo l’allarme lanciato dall’Oms la nostra azione collettiva prende sempre più forma ed è destinata ad approdare a breve in tribunale». Lo afferma il presidente del Codacons, Carlo Rienzi. «Lo scopo della nostra class action è quello di far ottenere un risarcimento agli utilizzatori di cellulari per i gravi rischi corsi legati alla possibile insorgenza di tumori. Dopo la notizia diffusa oggi – prosegue Rienzi – chiediamo al Ministero della Salute di obbligare i produttori di apparecchi telefonici ad apporre sui cellulari avvertenze circa possibili pericoli per la salute al pari di quanto già avviene per i pacchetti di sigarette».


Maria Silvia Sacchi per http://27esimaora.corriere.it/ (7 giugno 2011)

rgazzina-luce-blu-corbis_471x250Il Wi-Fi, la tecnologia che permette di essere connessi senza fili, deve entrare nelle scuole o è un pericolo per la salute? E, poi: le tecnologie migliorano o peggiorano l’apprendimento? All’indomani dell’allarme dell’Organizzazione mondiale della sanità sui possibili rischi per la salute da telefonini e Wi-Fi, i due quesiti sono stati rilanciati dall’Associazione genitori della Toscana che ha rivolto un appello alle scuole perché dicano “no” all’iniziativa Scuole in WiFi promossa dal ministeri dell’Istruzione e per la Funzione pubblica e l’Innovazione. “Già da tempo – scrive l’Age – i genitori sono in allarme per i rischi di una prolungata esposizione ai campi elettromagnetici“. Finora, sono più di 2mila le scuole che hanno aderito al progetto, che – va ricordato – non è obbligatorio. ”Consapevoli del fatto che potessero esserci riserve sull’argomento – spiegano al dipartimento Innovazione del ministero Funzione pubblica – è previsto esplicitamente il consenso del consiglio di istituto. Per il resto, ci atteniamo alle regole internazionali e alle autorità preposte”. Va precisato che secondo gli esperti dell’Oms serviranno ulteriori ricerche prima di avere conclusioni definitive e le loro raccomandazioni sono riferite in principal modo all’uso prolungato del telefonino. In passato, anzi, l’Oms aveva definito il Wi-Fi sicuro. Lo stessoConsiglio d’Europa, però, a maggio aveva invitato a evitare queste tecnologie nelle scuole per proteggere i più piccoli. Il tema, insomma, è ancora molto controverso e lontano dall’essere definito. Dunque, nel frattempo che fare? Non ho le competenze per dare una risposta tecnica e, quindi, posso dare solo un parere personale e io sono per la prudenza. Beninteso, non sono contro le tecnologie, che sto usando anche adesso mentre scrivo e che hanno una potenza enorme che non può essere disconosciuta. Ma se c’è un dubbio, preferisco attendere. Mi sento, invece, più sicura sull’altro versante, quello dell’impatto sullo studio. “Sappiamo ormai che la consuetudine con i nuovi media ha modificato le modalità di apprendimento dei cosiddetti “nativi digitali” e forse anche la loro struttura di pensiero – dice Age -. Bravissimi a trattare suoni, immagini, informazioni, manifestano difficoltà con ortografia, poesie e tabelline. C’è da chiedersi se non convenga riproporre gli strumenti tradizionali (carta, penna, memoria) da affiancare alle nuove tecnologie, in modo che facoltà importanti non vengano d’un tratto dimenticate, e riservare i nuovi strumenti multimediali, come le lavagne interattive, alle zone del Paese in cui internet è meno diffuso, in modo da offrire a tutti i nostri giovani le medesime opportunità”. Ecco, sono d’accordo che i due percorsi debbano andare insieme. Perché, per esempio, fare una ricerca non diventi andare solo su Wikipedia e stampare, ma porsi il problema delle fonti e della loro attendibilità, ragionando sui pensieri contrapposti che nel percorso si incontrano. D’altra parte, lo vediamo nella vita di tutti i giorni. Da quando i numeri sono memorizzati sul cellulare si stenta a ricordare perfino il proprio, così per compleanni, onomastici, ricorrenze varie. Mentre le cartine stradali sono ormai oggetti quasi incomprensibili. Insomma, meglio una bella enciclopedia vicino al pc. Almeno ha una funzione di riserva quando il computer si impalla.


 

Nicola Di Turi per http://www.corriere.it/tecnologia/economia-digitale/ (5 marzo 2014)
Francesco Monico, esperto di nuove tecnologie.

Francesco Monico, esperto di nuove tecnologie.

MILANO – «Le onde wi-fi? Potrebbero in linea teorica provocare danni equiparabili a quelli dell’amianto». Non usa mezze misure, Francesco Monico, per manifestare tutte le sue perplessità sulle radiazioni da onde elettromagnetiche. E se da un lato l’esperto di nuove tecnologie lancia questo allarme limitandosi alla sola citazione di dati e studi degli organismi europei di prevenzione, riportandoli «senza alcuna rilettura polemica», dall’altro lo fa per sostenere «una teoria troppo spesso trascurata, nonostante sia stata inserita anche nei trattati europei: il principio di precauzione (art. 191 TFUE)». Quello stesso principio, spiega alCorriere il massmediologo e consulente, dovrebbe aiutarci a rispondere a una domanda sempre più importante per la nostra vita quotidiana: «Il wi-fi può far male?». Fondatore della facoltà di nuove tecnologie e arte alla Nuova Accademia di Belle Arti (NABA), Monico oggi è consulente di noti marchi della tecnologia. «Lavoro da sempre sul rapporto uomo-tecnica, perciò mi chiedo: se non c’è certezza dell’assenza di pericolo, per quale ragione dovremmo rischiare e adoperare il wi-fi in casa?», si chiede . Anche perché, a pochi anni dalla diffusione capillare delle reti domestiche, una risposta definitiva sulla pericolosità dei network senza fili non sembra esserci ancora. E il già citato principio conferma proprio come «in caso di rischio di danno grave o irreversibile, l’assenza di una piena certezza scientifica non deve costituire un motivo per differire l’adozione di misure adeguate ed effettive dirette a prevenire il possibile pericolo». La mancanza di dati certi, infatti, è lo snodo principale della questione, che impedisce agli stessi specialisti di sbilanciarsi con certezza, come si può leggere nel nostro approfondimento. Non esistono, ad oggi, studi scientifici che abbiano monitorato l’esposizione di migliaia di persone alle onde elettromagnetiche del wi-fi, per un numero congruo di anni, o meglio ancora decenni. «Perciò, nel dubbio, meglio cablare ancora gli edifici. Il wi-fi è una tecnologia diffusasi troppo di recente, e come avvenuto col piombo, l’amianto e le sigarette, non abbiamo dati sull’impatto nel lungo periodo», conferma Monico. Eppure sono proprio i dati e gli allarmi lanciati da organizzazioni nazionali e internazionali a gettare le basi per il suo j’accuse. «Nel maggio del 2011 il Consiglio d’Europa lanciò un avvertimento sui danni derivanti dall’uso di modem e cellulari. Fu lo stesso organismo europeo a paragonare il wi-fi all’amianto, invitando gli Stati a prevenire i costi in termini di salute da sostenere nel futuro», spiega Monico. Che prosegue in un lungo elenco di documentazione a sostegno della sua tesi. «Nello stesso mese anche l’Inail uscì con un comunicato in cui affermava che il wi-fi fosse da evitare nelle scuole, per i rischi potenziali ai danni dei bambini. Ma anche secondo l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (Iarc) i router sarebbero potenzialmente pericolosi come i radar. Senza dimenticare l’International Commission for Electromagnetic Safety(ICEMS), per la quale i campi elettromagnetici indurrebbero apoptosi cellulari e un processo di mitosi spinto, con rigenerazione forzata delle cellule cerebrali. Infine la stessa American Academy of Environmental Medicine (AAEM) sempre nel 2012 confermò come il wi-fi causasse disabilità nell’apprendimento, risposte aberranti del sistema immunitario e mal di testa». È questo uno degli studi che hanno permesso – secondo quanto riportato dal sito Tvnz – a due genitori della Nuova Zelanda, Damon Wyman and David Bird, lo scorso dicembre di ottenere che il wi-fi venisse rimosso dalla scuola dei figli. Dal momento che non c’è un chiaro inquadramento del fenomeno, insomma, sarebbe meglio non rischiare. Eppure, come conferma lo stesso consulente di noti marchi della tecnologia, «l’ultimo decreto per l’innovazione in Italia impedisce freni alla diffusione delle onde a radiofrequenza. Inoltre, il 30 ottobre 2008 gli ex ministri Brunetta e Gelmini firmarono un’intesa per la diffusione del digitale nelle scuole: sponsor e aziende fornivano direttamente agli istituti pc e punti d’accesso al wi-fi». Così, se da un lato vengono lanciati da anni allarmi e inviti alla prudenza, dall’altro a dettare legge pare soprattutto l’inerzia dettata dalla fruibilità delle reti senza fili. «La tecnologia, ingenuamente, è ancora vissuta come profezia e panacea di tutti mali. In realtà ogni innovazione sposta i problemi solo più in là e ancora non riusciamo ad avere i dati degli effetti sulla salute», specifica Monico. Perciò, in attesa di studi adeguati, ancora una volta si rischia di tornare al punto di partenza: il wi-fi fa male? Se forse ancora non esiste una risposta certa, abbiamo cercato di approfondire ulteriormente la questione intervistando alcuni medici, esperti del tema.


 Nicola Di Turi per http://www.corriere.it/tecnologia/cyber-cultura/ (5 maggio 2014)

Carlo La Vecchia

Carlo La Vecchia

MILANO – «Se davvero le onde wi-fi facessero male, allora dovremmo smettere di usare anche radiosveglia e televisore. Entrambi ricevono onde radio più potenti, perché le emittenti sono molto lontane e quindi è necessaria una forza estremamente maggiore». Carlo La Vecchia, direttore del reparto di Epidemiologia all’Istituto Mario Negri di Milano, non nutre dubbi sulla strategia da adottare per sfatare i timori sulla presunta nocività delle onde wi-fi. Così, nonostante non possa fare a meno di ammettere come «manchino studi attendibili sulla questione», la strada che sceglie di seguire per dimostrare l’assenza di rischi è una sola, a base di esempi e citazioni. «Quando negli anni ’70 si diffusero in America, le microonde furono studiate senza che emergessero evidenze dell’insorgenza di patologie, né di sintomi quali il mal di testa. Ci sono più dati sui telefonini, certo, e i primi avevano effettivamente un’energia elevata, che portava al surriscaldamento dell’area dell’orecchio. Ma il wi-fi si serve di una frequenza molto alta e di conseguenza di potenza estremamente bassa, perciò non c’è alcun rischio di cancro», spiega il medico. Ed è proprio l’assenza di rischi il vero cavallo di battaglia del professore, convinto soprattutto dall’aspetto tecnico della questione: «Il wi-fi copre al massimo due-tre locali e la potenza delle onde è davvero bassa, altrimenti si sovrapporrebbero alle altre. Inoltre, le onde radio umane sono in giro da più di un secolo e non sono mai state accostate a rischi biologici». Il professor La Vecchia, in ogni caso, è in buona compagnia nel sostegno alla tesi della non pericolosità. «Esporsi alle onde del wi-fi per 24 ore di seguito equivale a telefonare per 20 minuti con il cellulare all’orecchio, e neanche questo è

Daniele Santini

Daniele Santini

stato dimostrato che possa essere dannoso», conferma Daniele Santini, oncologo al Policlinico Campus Bio-Medico di Roma e tra gli specialisti interpellati dal Corriere. Accanto, però, al giudizio di merito, lo stesso Santini non può che lamentare anche «la mancanza di uno studio particolare sui tumori dovuti a esposizione al wi-fi, su un periodo non inferiore ai 5 anni. Comunque, finora è stato verificato solo che l’esposizione per più di 2 ore giorno alle onde dei cellulari, causa un surriscaldamento dei tessuti prodromico alla modifica di alcuni parametri a livello celebrale, ma sicuramente non all’insorgenza di tumori, che non pertiene neanche al wi-fi». Santini cita, tra gli altri, anche uno studio dello scorso anno firmato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), per la quale non esiste alcuna dimostrazione che leghi l’insorgenza di tumori o di danni per la salute, all’esposizione a onde wi-fi. «L’insorgenza di effetti negativi dovuti all’impiego dei dispositivi wi-fi è poco probabile e molto limitata. La normativa esclude possibilità di effetti acuti derivanti dall’uso di radiazioni elettromagnetiche», gli fa eco Guido Pedroli, direttore del dipartimento di Fisica Sanitaria dell’Istituto Europeo di Oncologia di Milano (IEO). Ma anche dal punto di vista tecnico, secondo Pedroli, non dovrebbero esserci timori sulla pericolosità delle onde elettromagnetiche ad alta frequenza. «Le potenze dei dispositivi wi-fi non possono superare i 100 mW, un ordine di grandezza inferiore rispetto a quello dei telefoni cellulari, per giunta normalmente indossati mentre il dispositivo wi-fi si trova quasi sempre a una certa distanza dagli individui. Per inciso, non esistono neanche studi epidemiologici che evidenzino rapporti causa-effetto

Guido Pedroli

Guido Pedroli

tra il normale utilizzo dei telefonini e la sterilità», continua il fisico sanitario dell’istituto milanese. Quasi in risposta, poi, all’intervista rilasciata da Francesco Monico al Corriere, anche Pedroli chiama in causa i dati di uno studio firmato dall’Agenzia Internazionale per la Ricerca contro il Cancro (IARC). Ma mentre Monico riferisce di una ricerca per cui «i router wi-fi sarebbero pericolosi come i radar», Pedroli cita due pareri diversi firmati IARC e apparentemente in contrasto tra loro. «I dispositivi wi-fi emettono radiazioni simili a quelle dei telefoni cellulari. E secondo l’Agenzia (IARC), non ci sarebbe alcun aumento del rischio di glioma o meningioma cerebrale neppure tra gli utilizzatori regolari di telefoni cellulari da 10 anni o più», spiega il fisico dell’Istituto Europeo di Oncologia. Allo stesso tempo, però, è la stessa Agenzia Internazionale per la Ricerca contro il Cancro ad aver inserito «i campi elettromagnetici a radiofrequenza e microonde nel gruppo 2B, cui appartengono gli agenti per i quali non è possibile escludere la possibilità di effetti cancerogeni. Si consideri, comunque, che nel gruppo 2b rientrano anche il caffè e i sottaceti», conclude Pedroli.


Elisa Sola per http://www.corriere.it/cronache/ (8 gennaio 2016)

Il wi-fi come l’amianto negli anni Sessanta. Usato comunemente ma in realtà pericoloso per la salute. E’15int01f1-003-knsC-U431408222374497cF-593x443@Corriere-Web-Nazionale questo il ragionamento che ha spinto Livio Tola, sindaco 57enne di Borgofranco d’Ivrea, a vietare in tutte le scuole del comune la rete senza fili. Ed è subito polemica. Anche perché Tola, eletto un anno e mezzo fa e «simpatizzante del Movimento 5 stelle» (nel 2013 fu candidato 5 Stelle al consiglio comunale di Ivrea), intende essere coerente con la sua scelta fino in fondo. Se il wi-fi adesso è stato vietato nelle dieci classi delle elementari e nelle cinque delle medie, si procederà con la stessa linea nei luoghi pubblici: parchi, giardini, tutto il territorio del paese di circa quattromila abitanti. Insomma, dice Tola: «A casa sua ognuno faccia quel che vuole. Ma io non farò l’errore di riempire il territorio di wi-fi. Se uno voleva mettersi l’amianto in casa quarant’anni fa, poteva farlo. E’ adesso è la stessa cosa. Non vorrei che si facesse questa fine col wi-fi, per l’eternit ci sono stati migliaia di morti».

La decisione

La decisione di togliere il wireless nelle scuole è maturata a settembre, con l’inizio dell’anno scolastico. «Bisognava sistemare i laboratori – spiega il primo cittadino, che lavora come agente di polizia locale in Val d’Aosta – e anche la nostra scuola aveva recepito l’obbligatorietà di usare il registro elettronico. Ho deciso di adottare il principio di precauzione. Ci sono studi che minimizzano il problema. Altri fanno terrorismo, ma le ipotesi sono preoccupanti». «I bambini in età scolare – puntualizza il sindaco “grillino” – avendo la scatola cranica sottile rispetto a un adulto e un tessuto muscolare non definito come spessore, sono più soggetti a essere penetrati dalle onde elettromagnetiche». E così, alla fine, a Borgofranco è stato adottato il metodo della cablatura. «In ogni classe abbiamo messo un computer e un video con il registro elettronico, ma con i fili – precisa Tola – e internet c’è, perché nessuno è contro. Ci sono anche due laboratori di cui uno di informatica, con 8-10 pc fissi. Se uno vuole, usa quello».

Ma cosa ha ispirato il sindaco a scegliere una soluzione che va indietro nel tempo e che, tra l’altro, stride con il nuovo piano di finanziamento varato dal governo a favore dello sviluppo dell’informatica? Il punto è, dice Tola, è che «non si sa se queste onde facciano bene o male». «Io sono ambientalista – ammette– e penso che ci sia un abuso di Internet. So che scuole tedesche e canadesi hanno proibito il wi-fi nelle scuole. Ma allora sono io che vado in contro tendenza o il nostro governo?».


Nicola Di Turi per http://www.corriere.it/tecnologia/cyber-cultura/ (5 marzo 2014)

Tommaso Melodia

Tommaso Melodia

MILANO – «Non mi sento di dire che il wi-fi provochi tumori o altre patologie. Un forno a microonde, in fondo, è infinitamente più potente. Eppure c’è chi lo usa tutti i giorni». Il riguardo con cui Tommaso Melodia espone le sue valutazioni, di volta in volta, non deve ingannare. Docente di Ingegneria Elettronica alla Buffalo University di New York, ed esperto di reti wireless, anche il professor Melodia è forte delle sue convinzioni. Eppure prima di concedere un suo giudizio sullapresunta pericolosità delle reti wi-fi domestiche, mostra tutte le cautele del caso. «L’unica evidenza che abbiamo oggi è che le onde elettromagnetiche ad alta frequenza possono causare il surriscaldamento dei tessuti. Il campo medico non è il mio, ma da qui ad affermare che ci sia un rischio concreto di tumore, ecco, non mi sentirei di dirlo». È dell’esperienza maturata nell’ambito delle reti wireless, infatti, che Melodia parla più volentieri, assieme agli sviluppi futuri delle tecnologie senza fili applicate alla medicina, o alla vita di tutti i giorni. «Giusto il mese scorso l’Institute of Electrical and Electronics Engineers (IEEE) ha approvato il nuovo standard delle reti wi-fi per la casa, 802.11/ac, in grado di trasmettere alla velocità di 1.3 gigabit/secondo, il doppio rispetto all’attuale standard che raggiunge i 600 megabit/s. Questo grazie a 8 diversi canali di trasmissione, mentre il vecchio standard ne monta 4, con una probabilità più alta di fallimento nella trasmissione dei dati», spiega il professor Melodia. Ad ogni modo la ricerca prosegue il suo corso e si starebbe già studiando «il prossimo standard, 802.11/ad, in grado di assicurare prestazioni 7 volte più veloci delle attuali, sebbene a 60 GHZ e alta frequenza, perciò inutilizzabile per attraversare i muri, ma per trasmettere dati solo all’interno di una stanza». Ascoltare brani su un impianto stereo, oppure inviare un video da un dispositivo alla tv con una fedeltà di trasmissione mai raggiunta prima: queste potrebbero essere le applicazioni del nuovo standard wi-fi, «e infatti Dell ha già messo in commercio una docking station senza fili per trasmettere alla tv il flusso video del pc portatile». Eppure uno dei campi più interessanti da seguire, come anticipato, è proprio quello delle tecnologie wireless applicate alla medicina. «Le opportunità offerte dalle reti senza fili sono molte già oggi: installare dei sensori dentro il corpo umano, per controllare l’applicazione di funzioni dall’esterno come l’erogazione della pompa dell’insulina in maniera adattativa, rispetto ai segnali ricevuti dal sensore per la glicemia. Ma si può già pensare anche a micro-robot che, collegati in wi-fi dall’interno del corpo, operino in li-fi_h_partbmicrochirurgia secondo le disposizioni dei medici dall’esterno», conferma il docente della Buffalo University. Ad ogni modo, proprio a causa del pericolo di surriscaldamento dei tessuti, dal wi-fi si sta provando a passare direttamente alle tecnologie che sfruttano gli ultrasuoni, anche nel campo medico. «Gli ultrasuoni vengono assorbiti meno dal corpo e sono usati già da 50 anni per trasmettere immagini. Sarebbe preferibile, perciò, non inserire onde elettromagnetiche ad alta frequenza (wi-fi) direttamente all’interno del corpo», continua Melodia, che poi aggiunge: «Attualmente alla Buffalo University lavoriamo proprio per sviluppare reti a ultrasuoni all’interno del corpo, con onde acustiche a frequenze ancora più alte, cosicché non si sentano, e per realizzare comunicazioni a bassa potenza dentro il corpo, utili a controllare i dispositivi medici da fuori». La vera sfida, però, è miniaturizzare e rendere realmente funzionali quei dispositivi da inserire successivamente dentro il corpo umano, per attaccare istantaneamente le cellule malate, ad esempio. «Le reti intrabody a ultrasuoni potranno servire a raggiungere un tumore in una parte difficile del corpo, senza interventi invasivi. Si potranno spedire micro-robot per inserire dei marker nel punto interessato, e realizzare una radioterapia diretta per colpire le cellule dall’esterno», spiega il professore. Per quanto più sicure, però, le reti a ultrasuoni oggigiorno sono davvero poco sviluppate rispetto alle applicazioni che si possono già ricavare dalle onde elettromagnetiche del wi-fi. Come conferma il professore italiano, «nelle città il wi-fi viene già usato per la regolazione traffico e per controllare la qualità dell’aria. Esistono poi le Smart Wireless timthumbCameras per la sorveglianza urbana, mentre a Houston è stato fondato il consorzio “Tecnology for all” che ha sviluppato una rete wi-fi per coprire le zone disagiate. La rete viene usata anche per fare ricerca medica, poiché il cittadino restituisce dati sulle sue abitudini quotidiane e sugli aspetti salutari (alimentazione, attività fisica, assunzione sostanze)». Eppure la nuova frontiera delle reti di trasmissione senza fili, in realtà, continua ad essere la tecnologia Li-Fi, ovvero la luce. «Vorremmo utilizzare le lampadine per creare uno spettro invisibile per reti senza fili. Siamo ancora in una fase prototipica, ma l’idea è che in ufficio si possa accendere e spegnere una lampadina, per avviare e fermare la trasmissione di dati. L’aspetto positivo è che sicuramente le lampadine non farebbero male all’uomo, perché i dati viaggerebbero su frequenze ancora più alte. Gli aspetti negativi, invece, sono naturalmente la mancata penetrazione della luce attraverso i muri e l’interruzione della trasmissione allo spegnimento della lampadina», conclude Melodia. In un futuro prossimo, perciò, potremmo riuscire a cablare un edificio intero senza usare neanche un filo, ma installando solo delle lampadine-router e sfruttando il fascio di luce artificiale. Che il wi-fi faccia male o meno, cominciano già ad intravedersi alternative più che valide. Che arriveranno nelle nostre case, forse, anche prima di quando saremo riusciti a rispondere alla nostra domanda.

 

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